Par condicio sui licenziamenti

Soltanto nel clima italiano di ipocrisia che non ammette che l’imprenditore possa licenziare per ragioni economiche e organizzative – senza arrivare a dichiarare stati di crisi o attingere a sussidi pubblici e poi passare per un’aula di tribunale – poteva far scandalo l’idea del licenziamento dei dipendenti pubblici.
23 MAR 12
Ultimo aggiornamento: 01:37 | 12 AGO 20
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Soltanto nel clima italiano di ipocrisia che non ammette che l’imprenditore possa licenziare per ragioni economiche e organizzative – senza arrivare a dichiarare stati di crisi o attingere a sussidi pubblici e poi passare per un’aula di tribunale – poteva far scandalo l’idea del licenziamento dei dipendenti pubblici. Che poi, a dire il vero, negli anni Novanta, sulla falsariga di quanto avveniva in diversi paesi europei, l’Italia avviò e concluse l’iter di “privatizzazione” del diritto del lavoro pubblico, archiviando così una disciplina dello stato giuridico degli impiegati civili risalente al 1908, in età giolittiana. Dopo vari provvedimenti legislativi, si è giunti nel 2001 alla piena equiparazione tra dipendenti pubblici e privati: “La legge 20 maggio 1970, n. 300 (lo Statuto dei Lavoratori, ndr) si applica alle pubbliche amministrazioni a prescindere dal numero dei dipendenti”. Non solo: con la Finanziaria per il 2012, l’ultima manovra del governo Berlusconi, si è persino introdotta una disciplina del licenziamento dei dipendenti pubblici per ragioni economiche. Un comune, insomma, potrebbe già oggi licenziare i propri impiegati, ove si trovasse finanziariamente in cattive acque. A quei lavoratori si applicherebbe peraltro una tutela robusta (prima il tentativo di collocarlo presso altro ente, poi la messa in disponibilità per 24 mesi all’80 per cento dello stipendio), ma non più generosa della flexsecurity danese. Come è ovvio, poi, il vero grande ostacolo alla risoluzione di un rapporto di lavoro tra una Pubblica amministrazione e un suo impiegato – anche se si tratta di un fannullone – è il groviglio di relazioni politico-sindacali che domina l’apparato burocratico.

Anziché ribadire con la nuova riforma l’ormai sancita parità formale tra impiegato privato e pubblico, lavorando semmai perché l’equiparazione acquisti sostanza, il governo Monti rischia – se seguirà gli altolà dei sindacati – di compiere un balzo all’indietro, disallineando giolittianamente le due figure. L’esecutivo dovrebbe invece lasciare che la riforma si estenda al pubblico impiego, anzitutto per ragioni di equità ed eguaglianza. Escludere il pubblico impiego dal nuovo articolo 18 significa precludersi una via “fisiologica” alla riduzione dell’enorme e insostenibile massa di travet di stato: se non si potranno licenziare i fannulloni e gli inutili dipendenti, i rischi si scaricheranno sugli onesti e i meritevoli delle tante amministrazioni pubbliche italiane sull’orlo del dissesto.